dopo qualche giorno

dhivaghazioni sghangherati

DAI VITTORIONE

18 aprile 2011. Mail non risposta.

Gentile Direttore Zucconi,

da anni seguo con stima il suo giornale. Stima tuttora profonda e presente. Ho 30 anni, le scrivo per esprimerle una critica, nella speranza che sia costruttiva o utile.

Da troppo tempo ogni volta che apro l’homepage di Repubblica trovo una notizia sul nostro primo ministro. Ogni tanto è anche una notizia, spesso è qualcosa che è destinato a spegnersi di lì a poco, vista l’impari differenza tra il “potere” del giornale e tutto il resto dei
media.
Non sto qui a disquisire di numeri, percentuali, sondaggi. Non mi interessa più, e credo non serva a niente. E le assicuro che di dati un po’ me ne intendo.

Penso e ripenso, e trovo che nonostante sia giusto che il premier venga rappresentato per quello che è, un venditore di piatti con una vetrina troppo grande, non riusciremo mai a togliercelo di torno fino a che sarà li, sempre li, in alto in homepage.

Ce lo toglieremo di torno, a mio vedere, solo quando saremo in grado di dargli ciò che merita, cioè l’oblio di una platea disinteressata a lui, e un po’ più di cultura, scientifica o sociale, è indifferente. E, nella migliore delle ipotesi, una quantità imbarazzante di inchieste vere e documentate, non opinioni, che lo costringano a difendersi, se proprio dobbiamo ancora parlare di lui, su tanti di quei fronti che non sia più in grado di farcela. La sua claque si combatte con fatica e verità, non con opinioni. Non è questo il tempo delle opinioni. Abbiamo bisogno di fatti e dati certi, e so che non è vostra abitudine darne di falsi.

Non dichiarazioni di prostitute di basso livello, non foto di reali stranieri in matrimonio, non clamorosi gol di squadre di 5 divisione uzbeca. Ma cultura. Tanta, e scienza. E idee. So che ci sono, so che valete molto più di lui. Non lasciate i nostri cervelli da soli. Non meritiamo di sentir parlare di lui per nemmeno altri tre minuti. La nostra vita è altro, il nostro cervello è più degno.

The Difference Between Me and You Is That I’m Not on Fire

Ora non sembra possibile ma è successo.

Era aprile, pomeriggio. C’era luce fuori e non pareva che la primavera volesse arrivare.

Lei si spostò su un fianco e disse: “mi sembra ieri, fare la stessa cosa ancora una volta, ho voglia di altro”

Il mio respiro si interruppe. Ho guardato quegli occhi almeno un migliaio di volte come fossero i miei, mi ci sono specchiato come “un ragazzo segue un aquilone”.

Era ora di andare al lavoro e non ci pensai per un po’.

Il treno passò in ritardo, ma arrivai comunque in tempo per il caffe.

Clara mi guardava dal bancone, ma io ancora non sapevo chi fosse.

Si piegò, il caffè era finito proprio pochi secondi prima che entrassi io, e ho potuto vederla di tre quarti. Era gentile, nei modi, nel suo fare composto mentre mi rispondeva. Era in tutto uguale a quello che avevo visto la prima volta cercando nelle piccole lentiggini di quegli occhi che avevo forse già deciso di abbandonare.

“Sembra non passare più oggi” disse senza rivolgersi a me direttamente.

Mi voltai e vidi chiaramente che ero l’unico cliente li dentro.

Le chiesi “cosa fai dopo, … ” lasciando che mi dicesse il suo nome.

Non me lo disse subito.

Non me lo disse mai.

“Delle volte se hai qualcosa da fare dopo il lavoro il tempo passa prima”, continuai visto l’imbarazzo.

“Certe volte corro a casa subito, altre passo a trovare qualcuno.”

“Dovresti passare su, in ufficio, non è granchè ma è qualcosa in più di andare a casa.”

“Mi piacciono i cimiteri, non gli uffici”, mi disse, stroncandomi per l’ennesima volta.

“Il mio ufficio è peggio che un cimitero, perchè la gente non ci viene a trovare nulla, solo carta inutile”

Rise delle mie parole.

Non venne mai a trovarmi, e la capisco.

Però un pomeriggio quando uscii prima aspettammo l’autobus assieme e l’ho baciata senza nemmeno dirle nulla.

La chiamo Clara da allora, anche se non lavora più li, anche se non l’ho più rivista.

Penso che ora faccia qualcosa di meglio che fare il caffè a me.

Penso che ora potremmo esser da qualche parte e che non ho mai avuto veramente il coraggio di chiederle qualcosa di suo veramente, qualcosa che le facesse capire che di tutti i pomeriggi che aveva passato li, almeno uno, dal mio ufficio, sarebbe stato meno sprecato degli altri.

Ma poi mi accendo un’altra sigaretta e mi rendo conto che non ho mai avuto molto da offrirle se non qualcosa di diverso da un pomeriggio monotono.

Anni dopo ho ritrovato una foto di noi nel cortile, con dietro il suo bar.

Lei è lì, piegata a raccogliere le sedie per chiudere il locale.

Clara tornerà un giorno. Una qualche volta camminerò per strada o starò li a decidere se comprare il galbanino o la caciotta al banco frigo, e lei passerà, e ancora una volta non le dirò nulla.

Ma forse quel solo sguardo, quel piccolo momento, le ricorderò qualche pomeriggio un po’ meno uguale agli altri e quella giornata passerà un po’ più veloce.

Per me, almeno, passerà troppo in fretta.

Brigante

Genova senza Social Forum di fianco è come se fosse monca.

Dal 2001 mi ero ripromesso definitivamente di non voler tornare più in quella città. Che non ha colpe, anzi, ma nella mia testa è come andare a visitare il proprio, futuro e prossimo, cimitero.

È che rappresenta la morte di ogni mia personalissima idea di politica, di futuro e di crescita, oltre che il luogo di un omicidio. Ma si sa, poi il tempo passa e tutto si appiattisce.

Quando sono tornato a Bolzaneto, mi si era rotta l’auto, le gambe mi tremavano. Non ero mai stato a Bolzaneto prima di allora.

“Guarda com’è pulito” mi dice il meccanico tenendo in mano un pezzo dell’auto. Ci penso un po’ su, starà pensando che sono un cretino.

Chissà cosa c’è da capire in una cosa pulita.

Lui in realtà ha ragione e a me del radiatore non me ne frega nulla. Sento nelle gambe le frustate di qualche anno prima, sento nel cuore la sofferenza di quei giorni, delle chiamate che ricevevo per avere informazioni, della voce assetata d’acqua, della mia stupida pigrizia che mi ha fatto soffrire da casa. Dalla cattiveria che ho provato verso tutto lo stato, e che non mi è mai veramente sparita. Che non credo debba sparire, mai. Che non deve accontentarci.

Come quando ti chiamano amico e tu sai bene che non lo sei, ma sorridi. Però devi saperlo che non lo sei, che l’amicizia e i rapporti si costruiscono, non si declamano.

andare nei posti quando non succede nulla

Eravamo a Bologna, tutti e tre. Avevamo molta voglia di vederci. Le serate assieme erano sempre più rare. Lo sono diventate senza che nessuno ne avesse veramente colpa.

Due ragazzi per la strada se le davano di santa ragione. Ricordo ancora il rumore della testa di uno dei due sul finestrino di una macchina e tante persone ferme li a guardare.

Ora non sto qui a definire il grado di civiltà di una cosa che non conosco, che non so come si sia originata.

Ho avuto freddo un secondo e una gran voglia di andare lì a menarli tutti e due. O di quelle menate epiche che si fanno solo nei film, in cui sei da solo contro venti persone hai i riflessi abbastanza veloci da picchiarli tutti. Tanto. Poi ho pensato che invece, non aveva un gran senso muoversi e fare fatica. Nemmeno la fatica di rimanere a guardare. Ho tirato dritto. Ho immaginato ancora quella scena mille volte nella mia testa.

Poi uno di noi ha fermato una ragazza, insieme ad una amica. Era brutta. Era anche antipatica. Ho dovuto aprire la mia bottiglia di acqua e tirargliela addosso come per benedirla e le ho detto “esci da questo corpo”. Nemmeno una goccia di quell’acqua le è passata vicino.

Abbiamo cominciato a ridere, come si ride quando si è stanchi.

smemorandum

L’altro giorno pensavo che appena entro in ascensore mi ricordo un sacco di cose che invece mentre sono in casa o in ufficio non mi ricordo, allora ho deciso di metterci una agenda e un mazzo di chiavi. Che non si sa mai. Spero i vicini capiscano. Ma al massimo poi non me lo ricordo.

ero li che ottimizzavo il mio modo di sedermi

Quando parli di integralisti pensi sempre che ne so ad uno con la barba lunga lunga che non se la fa da un sacco e che c’ha il turbante e ineggia all’odio razziale o antirazziale o antiamericano o antirusso o anti qualcosa che hai gia sentito ma che non sai bene dove localizzare.

Ecco. Questo non c’entra niente con quello di cui si parla. Quello si chiama fanatismo, secondo me, che purtroppo di sti tempi si fa fatica anche a distinguere le parole. Poi non lo so, ditemi voi, io pensavo che magari se senti uno che non ha la barba e ineggia a qualche tipo di odio è un fanatico e fa parte del terzo mondo. E bada bene, non dico il terzo mondo dei bambini panciuti affamati che dio me ne scampi gli voglio bene e li capisco e se posso faccio qualcosa a tutti i livelli possibili, parlo di quel terzo mondo che fa parte di ogni mondo possibile di questi mondi qui.

Sei un regredito. Ma tanto se non sei d’accordo probabilmente fai parte del nostro terzo mondo italiano e diciamo che difficilmente se fai parte di quel mondo li lo capisci. Che lo so che sa di altezzoso, ma oh, io son un regredito ad esempio per l’astrologia che proprio non ne so nulla.

Spetta che mi perdo. Cerchiamo di chiarire. In ogni nazione, continente, mondo, c’è il terzo mondo, ed è quello che chiameremo terzomondomentale, cioè di gente che è indifferente se ha studiato o no, se è colta o no, è gente stupida. Ci sono un sacco di persone stupide che fanno cose stupide e Darwin ce lo dice spesso che non si è mai spiegato bene come riescano ad arrivare a quell’età li tutti interi e non morire prima, ma che muoiono da stupidi, a tutti i livelli di stupidità. Soli o infilati con la testa nello spremiagrumi o con il pisello nella mungitrice o ricchi sfondati circondati delle loro cose inutili e vuote di ricordi, ma comunque stupidi e tronfi. E’ una categoria talmente chiara agli occhi di chiunque, che la smetterò subito, non merita altro tempo.

Poi c’è il primo mondo mentale, che è transnazionale. Che è già una differenza incredibile a farsi, preclude elettività e tutta una serie di cose molto superbe che detesto, ma tant’è, ed è fatto di quelle persone che il mondo lo tirano avanti perbene, come si deve, eccellenti in qualche cosa piccola o grande che per un effetto di bontà innata nelle cose giuste prima o poi anche se muoiono come quelli del terzomondomentale (magari senza mungivacca attaccato ad una estremità) poi alla fine te li ricorderai, tu inteso come il genere umano, quello composto da tutti e tre. Se il terzomondo è formato di tanta tanta tanta gente stupida, che neanche tutte le letterine di questo scritto per mille ce la fanno a rappresentarle tutte, ecco quelli del primo mondo, Darwin ti prego fai qualcosa per riuscire a salvarli dalla pazzia il prima possibile, son proprio pochi. Quelli del primo mondo mentale son proprio pochi e ti dirò, son pochi anche perchè ognuno, quando capisce di aver davanti uno del primo mondo, se ne accorge da solo e si accontenta, e quindi il nostro soggettivo di primomondistimentali è fatto proprio di 3 o 4 persone, 5 o 6 se ci infiliamo gli amici (che sono un’altra categoria ma mi sa che va bene lo stesso).

Eh ma mica siete degli scemi e lo sapete che il nodo è nel secondomondomentale. Che la maggiorparte di noi conosce tanta gente del terzomondomentale, sa di non essere del primo, e spera di essere nel secondo (o quantomeno, di nonesserenelterzo, che potrebbe quasi essere un’altra categoria).

Ecco ora lo so che vien fuori la storia dell’integralismo e io mi perdo. Perchè la sottocategoria degli integralisti è una quinta categoria, di gente che fa parte del terzo e del secondo mondo ma che è convinta di far parte del primo. E che con spirito di dialettica cerca di convincerti che i muri che si è tirata su per difendersi e sopravvivere, sono i muri giusti. Che i tuoi son sbagliati, che hai rotto il cazzo che inquini il mondo o che non inquini o spendi abbastanza, o qualunque sia lo loro forma di sopravvivere che per definizione dovrebbe essere la loro, non la tua, alla fine è quella giusta e la generalizzano.

Poi ci ho pensato un po’ e ho capito che gli integralisti son gente che si difende da questo mondo perchè non è in grado di capirne nessuna parte, gente che ha poca determinazione, che ha poca voglia e molti pochi interessi. Che non riesce ad affrontare la complessità complessa di questa roba chiamata sopravvivenza per il solo gusto di dirti che la tua è sbagliata perchè loro si che hanno capito, sia la decrescita o il capitalismo finanziario poco importa.

Ecco, è che volevo scrivere di Pasolini e di quanto capisse tutto, dell’informalismo Feynmaniano che nessuno ha ancora descritto per bene, ma mi sono trovato a far parte di una sesta categoria, che è quella di chi ce l’ha con chi non capisce (sia esso stupido o no) e che per definizione trova tutto un giro di roba per dirti che ha ragione e tu no, e che comunque son abbastanza convinto che quell’integralismo li, quello trasversale, quello della categoria sopra, ecco, che l’integralismo è la noia borghese del 21esimo secolo e che il tuo lievito madre e i tuoi batteri dello yogurt e te che sei così sicuro di esser dalla parte del giusto perchè il fatturato aumenta, beh, i tuoi piedi sporchi in sandali equoesolidali e i tuoi gemelli laccati e il bianco dei tuoi biglietti da visita e un sacco di altre cose che per brevità non aggiungerò qui te le puoi infilare ne’ cacapranzi.

come dire “fate i bravi li dentro” se si parla di sovraffollamento nelle carceri.

Vuoi lavorare con i bambini? questo chiedeva la pubblicità. Sei li, navighi tranquillo alla ricerca di costi insoliti nel prodotto, che magari ti leggi la mail un po’ di nascosto, e compare questa domanda. Hai di fronte il tuo collega, e ti impegni, oh se ti impegni, a non cambiare faccia nè espressione mai, nemmeno quando ti compaiono di fronte quelle due gran tette della galleria in un blog, bellissime tra l’altro.

E va beh, ti viene sta domanda e non resisti, sbotti. “ma no dai, ma che domanda!”

“eh? io non ho detto nulla!”

“girano le scatole D., cazzo se girano, ma ti spiego dopo”.

Ecco a D. non l’ho spiegato, ma a te si. Adesso, subito, senza attese.

Ho pensato che gia ci lavoravo con dei bambini, anzi no, poi ci ho ripensato su ancora un secondo e ho capito, no, lavoravo con gente infantile, non con dei bambini. Gente che è alta abbastanza per prendersi i biscotti da sola nella dispensa, ma che talvolta non riesce mica a collegare come ci siano finiti lì. Che non capisce la differenza tra impegno e impiego, e che gli piace confonderla. Insomma, uno schifo.

E ho pensato se tutto lo stabilimento fosse pieno solo di bambini, metti caso, sostituiamo tutti e facciamo la fabbrica a prova di bambino.

Senza la sala giochi, ma non è che li facciamo lavorare. Che lo so che la domanda “vuoi lavorare con i bambini” significa vuoi lavorare per aiutare i bambini, ma se la poni cosi tra l’altro mi fai pure incazzare, perche è carità pelosa, quella che fai rivolgendoti a persone che questa differenza non la notano, e quindi vuol dire che stai cercando di fregarmi e mi fai incazzare ancora di più, che non è che siamo tutti dei fessacchiotti deficienti che non la capiamo la differenza. Allora visto che i miei colleghi non la notano, ecco fatto, eccoci qui, sostituiamo tutti gli operai e tutti gli impiegati della mia azienda con dei bambini.

Scalini più piccoli, orari di sonnellini più frequenti, macchinari con i bordi stondati e ammorbiditi, insomma un casino.

Ma la parte migliore, in assoluto migliore, non bisogna scordarsela. Che è una cosa uguale tra quando se piccolo e quando sei grande.

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da un mese circa

. il capo urla | io sono il capo .

Non è che non ho niente da scrivere, è che sono in volo per Dubai da martedì scorso e quello di fianco a me russa come un Landini e questa vibrazione mi incasina la ricezione wireless.

I am who I am.

I am who I am.

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